La calma

redon evocation of butterflies 1912
Quando il nero tace
lentamente si svelano le stelle
e tra morire e vivere
l’abisso è nulla.
Ora ti muovi nel cielo
ma ieri soffocavi
tre metri sottoterra.
Dove risiede il punto di arrivo?
Dove riposa placida
l’ape a fine giornata?
Non temere,
mia piccola fiamma
un giorno brillerai su nel cielo
danzerai tra le tue stelle
saranno tutte accese per te
quelle nere e quelle chiare
in un cielo armonico
e privo di spazi vuoti.
Dei tuoi antri e delle tue luci
tutti parleranno
ed i pianeti allineati
faranno eruttare libero
il vulcano della tua anima,
seppelliranno il mondo lontano
la terra sarà solo un ricordo spiacevole.
Causerai il terremoto finale
e lo spettacolo sarà memorabile.
Fino ad allora
stringi i denti,
godi del sole di oggi
e spera che la tempesta sia sempre al prossimo bivio
perché grazie a lei
l’azzurro sembrerà piacevole.

Quando la notte

Quando la Notte tornavamo a casa
ubriachi di nostalgia e carezze non date
di whiskey e certezze mai rivelate
su quel divano abbracciavamo i ricordi:
le mie paure e le tue bugie
le mie menzogne e i tuoi timori
si scioglievano piano
solo più tardi nel letto
quando, ricoperti dai fiumi pesanti delle lenzuola,
i nostri tremolii potevano nascondersi
placati dalla sete di carne reciproca
e lasciavano libere le mani vagare
accusando il gelo delle dita sul calore della pelle.
I fiati rotti e i cuori accelerati
nel tumulto dei nostri corpi a contatto,
la presa stretta sul collo
e l’enfasi stanca di essere otturata
esplodevano pesanti al primo collidere nostro
e suonavano di un canto urlato
con una voce strozzata perché troppo a lungo celata nel buio,
tempo di infiammare la casa e solo poco dopo
spegnersi in discordia e distacco.
Nutrivamo la bestia quel tanto che bastava per tenerla in vita
senza che ci mangiasse l’anima dentro,
per poi tornare alla calma piatta una volta saziata
e continuare a fingere che non esistesse
tenendo l’animale allo scuro anche da noi.schiele lovers man and woman 1914

NADIA III

Questo è il momento di down.
Il momento in cui faccio i conti.
L’esatto istante in cui percepisco le ombre immobili e nascoste tutt’intorno a me. Ormai è una certezza.
Sono accerchiata.
Ed è assurdo che sia riuscita ad accorgermene solo scaraventata fuori dalla battaglia. O forse esattamente normale. Eccomi sola nel bosco. E allora, qui si vengo accerchiata. Totalmente logico. Eppure non è esattamente così. Eppure quelle ombre sono li da molto, molto tempo. Ora sono solo piu nitide ai miei occhi.
Ci sono da mesi, anni. Ed io ogni volta utilizzavo una nuova scusa per non vederle. Prendevo qualcuno, una vittima a caso, chiunque diviene sacrificabile. E lo mettevo di fronte a me, a coprire quelle ombre nascoste tra gli alberi. Ma il prezzo che pagava era alto. Non la morte, no, o almeno non immediata. Il fatto tremendo per la povera vittima era che doveva state li, ferma, e patire. Patire. Patire. Farsi logorare, spezzare. Doveva amare talvolta, tanto da sviscerarsi e, solo poi, morire. Ed io ero li ad osservare il tutto. Inerme, con una me consapevole e l’altra altrove, in un posto nella sua testa in cui l’amore pareva realtà e tutti i convenevoli. Ora insomma, sono qui e li vedo. Li vediamo entrambe. Seppellita l’ultima anima sono sola di fronte a loro. E mi guardano e sibilano. Ognuna di loro ha un volto turpe e tiene nella mano destra un’arma terribile tanto quanto quello che rappresenta. Sono accerchiata. E loro sanno. Le cose che ho ucciso, le vittime che ho sacrificato alla causa, le parole che ho tramutato in gesti di guerra pur di non esternarle, quelle che invece ho tramutato in autocommiserazione pur di essere vista, i gesti vendicativi, il piacere del dolore mio e altrui, le anime amate buttate giù dal grattacelo per necessità di ferita. Tutti i passi falsi fatti verso me stessa, verso le cose che pensavo di volere, sono qui e mi fissano. E ora posso vederli chiaramente. E loro vedono me. E hanno gli occhi iniettati di sangue e vorrebbero prendermi. Lascio che lo facciano, mi siedo a terra, mi canto una canzone e finalmente addio.

NADIA II

Tutto tace, tutto è calmo.
Le cose vanno bene, scorrono, filano, ti senti forte, ti senti bene, ti senti indistruttibile e con i piedi ben saldi al suolo.
Sai di poter avere quello che vuoi, sai di poter dare tutto quello che hai; sai che puoi riceverlo, sai di poter essere amata. Molto amata. Amata alla follia.
Non solo, sai anche di esserlo, amata. E sai di amare tu stessa.
Ti aspetta nel cielo una piccola nuvola di carica positiva. E tu sali, sali, sali.
Sempre più in alto, vuoi sempre di più, vuoi sentirti sempre più forte. Invincibile. Chi potrebbe farmi mai nulla? Ho te, ho me, ho loro, ho tutto. E con “ho” intendo, ne ho il controllo. Li vedo e non solo, li fisso e li sfido e so di possederle, so di essere ben connessa a loro e alla vita e le cose sono sempre più intense che devo usare ogni secondo del tempo della mia esistenza. Devo uscire, devo bere, si devo divertirmi, devo fare qualunque cosa il mio cuore senta, devo permettere alle persone di entrarmi dentro l’anima, e di entrarmi anche dentro perché no. Devo permettermi tutto perché è vita e io sto vivendo e sono piena di vita e di amore.
Quell’amore ti riempie, e tu ami, ami alla follia e vuoi dare sempre di più ed essere sempre più coinvolta e sempre più dentro quella nube rosata che si sta avvicinando a te; poi arriva e l’impatto è stranamente forte, molto forte; qualcosa non va, che sta succedendo? Doveva essere una nuvola doveva, doveva…
Cosa sta succedendo?
Piano piano, lentamente cala il sipario.
Le luci ti acciecano.
La vista si appanna.
Il rumore è assordante.
L’orecchio destro ti fischia senza tregua.
Gli occhi si stanno abituando alla luce e intravedono delle forme.
Visi, persone.
Sembrano… urlare? Ridere? Costa stanno facendo?
Loro… applaudono.
Si ma a chi?
Loro applaudono… a te.
Applaudono a me.
Mi rendo conto di essere a terra e c’è del sangue intorno a me.
Vedo tutto chiaramente ora.
Luci, sopra di me.
Un palco, sotto i miei piedi.
Un pubblico, di fronte a me.
Le loro risate, dentro di me.
Nel momento in cui realizzo, lentamente, i loro volti si spengono e le mani rallentano la velocità dell’applauso.
Inizio ad urlare, mi dimeno, scalcio.
Che significa?
Che significa?
Ridatemi i miei colori, i miei fottuti colori.
Fatemi alzare da questo palco scenico.
Smettetela di ridere.
Smettetela, smettetela di fissarmi, smettetela.
Ogni oggetto, ogni abito da sera, poltrona, decoro, uomo presente all’interno del teatro comincia a sbiadirsi.
Perde colore, perde vivacità.
Ora tutti fissano il vuoto, che sarei io, e non dicono una parola.
E io sto, io sto piangendo.
Sono in lacrime, ma sono inerme.
Sangue gelido.
Non c’è più nulla da fare, né nulla da salvare.
E’ arrivato, e io sono qui.
Devo darmi in pasto alla bestia.
Ora posso muovermi.
So bene dove andare, devo raggiungere la porta d’ingresso e sarà fatta.
Gradino per gradino, ora sono nel sottopalco.
Corridoio centrale, passo pesante. Sguardo assente. So dove arriverò.
Ci sono, non devo far altro che aprire la porta.

AMANDA II

Vorrei solo dirverlo, e basta.
Piazzarmi seduta davanti a tutti voi che mi guardate in fila. E dirverlo. Urlarvelo.
Senza sosta e in preda al pianto. Mi fate male, cazzo mi fate male.
E io guardo sempre avanti con sguardo gelido e non mi curo di niente e la mi camminata non cambia e la mia voce resta calma e i miei occhi restano fissi. Ma io muoio. Ogni volta. E mi devo ricreare sempre da zero. Sempre da sola. Su quella cazzo di strada da sola. A correre come una pazza da sola. E voi siete lì sempre. Appostati sui palazzi, mi fissate a lungo e mi portate a pensare che forse si, quella persona lì che mi fissa vorrebbe unirsi a me, camminare con me, farmi compagnia lungo questa strada deserta. Allora magari cammino anche un po più piano, rallento e mi guardo un po intorno. Tempo di cessare la corsa e ecco il vostro momento. Sparate. Da bravi cecchini non mirate subito la testa, sapete cosa volete. Ma piano piano. Un piede, una spalla, poi la coscia e io continuo a camminare e voi rimanete li inermi a fissarmi, mi guardate intensamente mentre rallento, sempre di più, zoppico sempre di più, sempre di più sempre di più. Finché eccomi. A terra. Agonizzante. Striscio. Nel fango. E allora è il vostro momento. Sbaraccate tutto e via, ciao, missione compiuta, buona vita.
E io sono distrutta ma non è uscito un fiato, non una parola, niente di niente.
Non lo faccio, non ve lo dico, non ve lo dirò mai. Aspetterò il momento finale, quello in cui mi lascerete lì a morire. E sarà silenzio anche quello. Come è sempre stato.
Rantolo finale.
Occhi spenti.
E più nulla.
Solo per qualche secondo.
Poi di nuovo gli occhi si aprono, le braccia fanno forza, le gambe una alla volta danno la spinta. E su in piedi. Piena di fango e con gli occhi gonfi e qualche ferita sparsa.
Sguardo dritto, sempre più freddo.
Mi avete uccisa per qualche secondo.
Non lo saprete mai.
E a breve non lo ricorderò più neanche io.
Ma non dimenticherò mai.

NADIA I

Le cose per me non erano mai semplici, per niente semplici. Molto, molto complesse. Intrigate. Erano labirinti. Le cose erano per me labirinti.
Labirinti in cui ti perdi per trovare un’uscita. Un’uscita che non trovi e non troverai in nessun caso. Piuttosto lei troverà te e potrete rimanere per sempre insieme dentro quel vortice che sarà diventata la “cosa”, pieno di mura rocciose e insormontabili senza neppure un accenno di vegetazione, arido e gelido.
Lo sapevo con chiarezza ormai da anni, non avevo problemi ad accettarlo. Era la mia condizione, lo stato delle mie cose.
Non che mi andasse bene così, no.
Io ero costantemente in cammino, costantemente alla ricerca di qualcosa di più dentro la mia testa, cercavo una via d’uscita per poter smettere di rincorrere il vuoto dentro quel labirinto del terrore. Non ci stavo bene, non era la mia zona di comfort, era il mio nemico.
Poco dopo ho capito che no, non era neppure il mio nemico, non poteva esserlo, perché era me. Era me esattamente come sono io io, o come è me l’altra me che quando si arrabbia non riesce più a controllare nulla, o come è me quella me che soffre rinchiusa nel pozzo, esattamente io, come sono io quell’altra me, quella che si assicura che dal pozzo io non esca.
Sono io in ogni mia forma. Sono sempre io, sempre Nadia.
Accettato questo, dovevo solo capire, scegliere, scegliermi.
Scelsi, ci misi un po’ di tempo, scelsi qualcosa di estremo, e non funzionò.
Riprovai, scelsi qualcosa di più mediatico, nulla, ancora quel rincorrermi nel vuoto.
Allora era chiaro che non bastava, non era sufficiente questa divisione.
Dovevo essere tutto e tutte quelle me e vivere e vivermi esattamente basandomi sugli impulsi colorati di tutte loro, senza confonderli e senza voler prendere il controllo di un aspetto o dell’altro. Semplicemente farmi vivere da ognuna di loro, abbracciarle, amarle e amarmi.
Così, ho fatto.
Per niente facile, ma l’unico esperimento che andò a buon termine alla fine, fu questo.
Le cose erano senza dubbio più chiare, meno complesse, sembrava quasi che potessi toccarle, afferrarle.
Di solito si muovevano tutto intorno a me seguendo un moto vorticoso che mi faceva girare la testa.
Una serie di cartelli che ondeggiano rapidissimi intorno a me, sui quali sono incise parole che non ho neppure il tempo di poter leggere e comprendere.
Invece ora seguivano un moto lento, uniforme, sembravano quasi galleggiare nell’etere, potevo osservare ogni piccolo movimento delle loro particelle.
Tante volte però, mi rendevo conto che quelle scritte, quelle parole, non erano per me chiarissime. Come, offuscate. Fuori fuoco.
A tratti, talvolta leggevo senza difficoltà.
Altre volte, dovevo fare uno sforzo gigantesco per poter capire anche soltanto uno dei caratteri riportati sul cartello, e lì tutto tornava ad essere complesso.
Molto complesso, enormemente complesso, impossibile.
Fin quando non mi è balzato alla mente un dettaglio fondamentale, un dettaglio che fino a quel momento avevo ignorato, ma che era già intervenuto a cambiare le cose.
Io avevo tempo.
I cartelli non correvano più da una parte all’altra circondandomi e levandomi il fiato.
No, i cartelli andavano piano, mi davano tempo, sembravano quasi danzare lì intorno a me, su una musica scelta dalla mia testa con la quale erano in completa sintonia.
Volevano stare lì, erano nel bel mezzo di una passeggiata in un quartiere di Roma che adoravano.
Nessuno le inseguiva, nessuno le minacciava o li obbligava a sfrecciare da una parte all’altra.
E, finalmente, anche loro potevano smetterla di sentirsi così angosciati dallo scorrere dei minuti.
Avevano tempo.
Avevo tempo, e questo mi permetteva di poter provare e riprovare a capire cosa dicessero quei cartelli all’infinito.
Avevo tempo, e non lo avevo mai capito.
Questo era cambiato, il capire.
Ora capivo, le cose, le capivo.
Erano complesse ma le capivo, bastava capirle le cose, e ci si chiarisce. E’ stato illuminante.
C’era molta più razionalità di quanto non pensassi, nella vita.
Una volta letti tutti i cartelli, una volta capite le COSE, potevo iniziare a scegliere cosa tenere e cosa no.
Così scremai.

Quello che avevo era:
– una buona dose di rabbia ingiustificata
– molta voglia di amare
– altrettanto bisogno di essere amata
– poca fiducia nelle mie possibilità
– un mezz’etto d’odio per me stessa
– senso di inadeguatezza
– altro senso d’ansia
– nessuno a capirmi
– troppa sensibilità
– un vuoto gigante nello stomaco
– principio di depressione
– dipendenze dagli altri
– incapacità di comunicare

Quello che volevo avere era:
– autosufficienza
– stima di me stessa
– amore sano ed equilibrato
– amicizie intense e pure
– spensieratezza
– leggerezza
– pienezza

Quello che mi trovai ad avere dopo la scrematura:
– insoddisfazione costante
– squilibrio emotivo
– buona dose di cinismo
– egoismo e megalomania
– apparente narcisismo
– assenza di amore
– tendenze bipolari
– il solito vuoto gigante nello stomaco
– l’ansia era rimasta

Ogni respiro un battito ogni passo un respiro. Conta, conta, conta.

AMANDA I

Le cose non accadono mai per caso. Ogni cosa ha il suo perché, ha la sua spiegazione finale, la sua motivazione iniziale.
E’ un semplice rapporto causa-effetto.
Tutto lo è.
Tutto è facilmente spiegabile, molto semplicemente e senza riempirsi la testa di parole, frasi, emozioni libere.
Tutto ciò è inutile, non considerabile.
Non ha senso pensare a cosa si è provato, a quanto grande fosse sul momento. Non ha la minima utilità chiedersi se potesse diventare altro, o se quella sensazione così effimera potesse in realtà essere fondamento di un qualcosa di più grande.
Non lo ha.
Perché è vero si, siamo esseri emotivi, siamo dotati di fisicità e sentimento, e le cose nelle nostre deboli menti possono sempre trovare una ragion d’essere.
Spesso, però, la ragion d’essere non esiste. Non sussiste alcun “se”, alcun “ma”.
Non si può passare la vita a tentare di rispondere a domande inesistenti.
“E se provassi più di quel che pensavo di provare?”
Questa è una domanda inutile.
Le cose sono chiare a tutti per quello che sono.
Così come sono.
Così come stanno, fisse e inglobate in una sovrastruttura predeterminata.
Le cose si palesano di fronte a noi chiarissime.
Esattamente per quello che sono, e che senso ha indagarle nel loro non essere?
Le domande hanno bisogno di risposte chiare, dirette, definitive.
Ed è così.
E tutto lo è.
La vita, di per sé. Quanta inutilità risiede nel chiedersi innumerevoli volte il senso delle cose che facciamo? Nulla ha un senso predeterminato. Semplicemente si passa una piccola quantità temporale di un tempo infinito e relativo nel mondo pianeta terra. E poi nulla.
E poi si muore.
La vita e la morte.
E’ molto più semplice di quanto spesso le persone s’immaginano.
Così come l’amore. Il sesso.
C’è sempre un fine nelle nostre azioni. Puoi dargli il nome che vuoi. Continuerà a non avere senso; continuerà ad essere solo una delle tante cose che si fanno è per cercare di arrivare ad altro. E questo “altro” spesso, quasi sempre, è tutto ciò che muove le nostre brevi, brevissime, vite.
Appagamento. Evasione. Cercare di dare tutto per non sentirsi un nulla.
Grandi storie d’amore, grandi sentimenti. Così come grandi invenzioni e grandi scoperte.
Tutto molto grande, tutto invidiabile e bellissimo, non è vero?
Ma per cosa?
Tirare a campare in una realtà che se solo provassimo a guardarla con occhi meno pieni di sogni e speranze fittizie, ci accecherebbe.
Tutto pur di dare un senso.
Il senso, non esiste.
Ma esistono le domande, esistono le risposte.
Le spiegazioni logiche alle domande a-logiche sono tutto quello che ho sempre fatto.
Sono la migliore in questo. Ed è la ragione per cui si torna sempre da me. Per avere risposte, nette. Risposte, dure. Risposte, vere.
Ma cos’è il vero? Solo una serie di altre menzogne. Per questo, non vale la pena vivere di aspettative verso gli altri. Non potrebbero capire, perché troppo presi dal tentativo di trovare un senso per non sentirsi un punto minuscolo in un sistema che li mangia vivi.
Per questo non mi lego, per questo le cose non mi danno mai dubbi.
Si palesano di fronte a me. Ed io, semplicemente, le guardo.
Le osservo, e le comprendo.
Non lei, lei no.
Posso provare, posso addirittura manipolare la mia mente, tentare di essere come lei per una giornata.
Ma nulla, è un enigma.
E non guarda, non osserva, non comprende.